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Il mozzo di Roscoff

Poesia di Tristan Corbière, da Les Amours jaunes (1873).

Poesia di Tristan Corbière, da Les Amours jaunes (1873). Traduzione italiana realizzata per ilCortomaltese.

In Bretagna, tra pescatori e partenze, Tristan Corbière diede voce a un ragazzo che aveva perduto il padre nell’oceano. E che, da grande, voleva diventare marinaio.

C’è una tomba vuota al centro di questa poesia. Una madre la custodisce, un figlio ne conosce il significato. Il corpo del padre è rimasto in mare.

Bastano pochi versi perché il paesaggio cambi. La spiaggia diventa il luogo dove si cercano i resti di un naufragio. La domenica è il giorno nel quale una donna può finalmente piangere. Un ragazzo deve guadagnare il pane per due bambini più piccoli. E quando gli si domanda del padre, risponde con parole asciutte, come se il dolore fosse già diventato una cosa da portare al lavoro.

La poesia si intitola “Le Mousse”, “Il mozzo”. La scrisse Tristan Corbière e apparve nel 1873 nella raccolta Les Amours jaunes, nella sezione “Gens de mer”: gente di mare.

Un poeta cresciuto vicino alle barche

Tristan Corbière nacque nel 1845 nei pressi di Morlaix, in Bretagna, e morì nella stessa città nel 1875, a ventinove anni. Il suo vero nome era Édouard-Joachim Corbière.

Era figlio di un capitano di lungo corso, autore anche di romanzi marittimi. Durante un soggiorno a Roscoff visse vicino ai pescatori; suo padre gli fece costruire una piccola imbarcazione a vela, permettendogli di coltivare la passione per la navigazione. Non fu un marinaio di professione, ma conosceva il mare attraverso la famiglia, le uscite in barca e le persone che lo affrontavano per vivere.

Roscoff entrò anche direttamente nei suoi versi. In Au vieux Roscoff il paese diventa un vecchio rifugio di corsari, una presenza di granito attraversata dal vento e dalla memoria. Corbière gli parla come si parlerebbe a una nave invecchiata, ancora rivolta verso il largo.

È da questo mondo che arriva la voce del mozzo: una costa sulla quale il mestiere del padre può diventare molto presto il destino del figlio.

Il mozzo

Tristan Corbière — traduzione italiana dal francese realizzata per ilCortomaltese

«Mozzo, dunque tuo padre è un marinaio?…»
«Pescatore. Perduto da tanto tempo.
Lasciato il letto di mia madre,
è andato a dormire tra i frangenti…

Mamma gli custodisce al cimitero
una tomba — e dentro non c’è niente.
Sono io, sulla terra, a fargli da marito,
a guadagnare il pane per i figli.

Due piccoli.»
«Allora, sulla spiaggia,
nulla è tornato dal naufragio?…»
«Il suo copripipa e il suo zoccolo…

La mamma piange, la domenica,
per riposarsi… Io avrò la mia rivincita
quando sarò grande — marinaio!»

Da Les Amours jaunes, 1873.

Una domenica per piangere

Il ragazzo parla senza chiedere compassione. Racconta quello che sa: il padre era pescatore, non è tornato, la madre gli tiene una tomba. Poi passa al pane da guadagnare.

Nel verso in cui dice di fare da marito alla madre c’è il peso di un ruolo assunto troppo presto. È diventato una delle braccia che devono mantenere la famiglia. La sua infanzia rimane sullo sfondo, mentre il lavoro occupa già il centro della giornata.

Anche il riposo della madre assume una forma dolorosa. La domenica piange. Possiamo leggere in quel passaggio il momento nel quale la fatica quotidiana allenta la presa e lascia riemergere l’assenza. Durante la settimana ci sono cose da fare; quando finalmente ci si ferma, si sente chi manca.

Corbière non racconta la tempesta. Ci mostra ciò che è rimasto a terra.

Due oggetti sulla spiaggia

Dal naufragio sono tornati un copripipa e uno zoccolo: oggetti comuni, appartenuti a un uomo che aveva abitudini, gesti, un corpo.

La loro presenza rende più concreta l’assenza. Possiamo immaginare qualcuno che li riconosce sulla riva, li prende in mano, comprende. La poesia non dice che cosa ne sia stato dopo, né descrive chi li abbia raccolti. Lascia quegli oggetti davanti al lettore, accanto alla tomba vuota.

È una misura della forza di questi versi: pochissimi elementi, nessuna lunga spiegazione. Il dolore si raccoglie nelle cose.

«Quando sarò grande — marinaio!»

L’ultima parola sorprende. Il ragazzo vuole entrare nello stesso mondo che gli ha portato via il padre.

Che cosa significa la sua “rivincita”? Il testo non lo chiarisce fino in fondo. Possiamo sentirvi una sfida al mare, il desiderio di diventare adulto, la volontà di riprendere un mestiere e un’appartenenza. Sarebbe però troppo facile scegliere una sola risposta.

In quel futuro c’è probabilmente qualcosa che il ragazzo conosce già attraverso la vita di ogni giorno: le barche, il lavoro, gli uomini che partono. Diventare marinaio può essere il modo che riesce a immaginare per stare al mondo, anche dopo ciò che è accaduto.

La poesia finisce lì. Il ragazzo non ha ancora preso il largo; lo abbiamo soltanto sentito annunciare la propria partenza.

E sulla riva restano una madre, due bambini e una tomba alla quale il mare non ha restituito nessuno.

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