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Sotto il cielo la terra,
ogni uomo una stella

Tristan da Cunha

Un vulcano, due marinai italiani, le pagine di Edgar Allan Poe e un misterioso pesce d’ottone: viaggio nella terra remota che i suoi abitanti vollero riavere.

Per arrivare a Tristan da Cunha bisogna attraversare giorni di mare. Da Città del Capo sono circa 2.810 chilometri di Atlantico, normalmente sei giorni di navigazione. E quando finalmente l’isola compare, lo sbarco dipende ancora dal tempo. Non c’è un aeroporto: l’ultimo tratto di strada appartiene all’oceano.

Sulla carta geografica è un punto che si rischia di perdere tra il Sudafrica e il Sudamerica. Avvicinandosi diventa una montagna, poi una costa, infine un gruppo di case. È lì che la distanza smette di essere un numero e diventa una condizione della vita.

Il villaggio si chiama Edinburgh of the Seven Seas, Edimburgo dei Sette Mari. Un nome da romanzo d’avventura per una comunità il cui vicino abitato più prossimo, Sant’Elena, si trova a oltre 2.400 chilometri.

Dietro le case sale la montagna. Davanti si apre il mare. Chi guarda una fotografia può innamorarsene in pochi secondi. Abitarci richiede qualcosa che una fotografia non mostra: imparare l’attesa, fare i conti con le partenze possibili, accettare che tra un bisogno e la sua soluzione possa esserci un oceano.

Quando la terra li mandò via

Nell’ottobre del 1961 il vulcano costrinse la comunità ad abbandonare l’isola. Dopo scosse e frane, una bocca eruttiva si aprì vicino al villaggio. Gli abitanti furono evacuati, passarono dalla vicina Nightingale e da Città del Capo, poi raggiunsero l’Inghilterra.

In Gran Bretagna trovarono accoglienza, lavoro e scuole. Trovarono anche difficoltà di adattamento. Le autorità ritenevano possibile un trasferimento definitivo; molti isolani volevano invece tornare. Nel dicembre del 1962 una votazione registrò 148 favorevoli al rientro e cinque contrari.

Seguirono sopralluoghi e preparativi. Nel 1963 il ritorno avvenne in più gruppi; quello principale raggiunse Tristan il 10 novembre.

È il passaggio che cambia il senso di questa storia. Avevano conosciuto un mondo nel quale tante cose erano più accessibili. Eppure desideravano le proprie case, i sentieri, quella costa difficile da raggiungere.

Da lontano possiamo elencare gli svantaggi di un’isola. Più difficile è capire quanto pesi, per chi vi è nato, non riconoscere più il paesaggio dalla finestra.

Due cognomi arrivati da Camogli

In mezzo all’Atlantico, Tristan custodisce anche un legame con l’Italia.

Nel 1892 la nave Italia, incendiata durante la navigazione, riuscì a raggiungere l’isola e ad arenarsi a Seal Bay. Due uomini dell’equipaggio, Andrea Repetto e Gaetano Lavarello, entrambi di Camogli, decisero di rimanere. Diventarono parte della comunità e i loro cognomi attraversarono le generazioni.

Repetto e Lavarello figurano tra i sette cognomi storici delle famiglie isolane, insieme a Glass, Swain, Green, Rogers e Hagan. Un piccolo elenco nel quale si possono leggere provenienze diverse, approdi lontani e vite che hanno finito per incontrarsi nello stesso villaggio.

Il legame ligure è rimasto anche nel nome del Camogli Hospital, scelto in ricordo della città dei due marinai.

Fa uno strano effetto pensare a Camogli da questa distanza: le facciate sul porto, le barche, la costa ligure. Due uomini partirono da quel mondo senza sapere che il loro nome avrebbe trovato casa su un’altra riva, tanto lontana da sembrare irraggiungibile.

L’isola nelle pagine di Edgar Allan Poe

Prima ancora di raggiungerla con una nave, si può incontrare Tristan in un libro.

Nel 1838 Edgar Allan Poe la inserì nella Storia di Arthur Gordon Pym. Il quindicesimo capitolo accompagna il lettore verso l’arcipelago e ne descrive caratteristiche e vicende, intrecciando il racconto d’avventura con informazioni geografiche e storiche.

Poe, poeta e scrittore dell’inquietudine, offre così una porta letteraria verso questi mari. La presenza dell’isola nel romanzo testimonia quanto un luogo reale possa alimentare l’immaginazione: bastano la distanza, un approdo incerto e il mare che continua oltre l’orizzonte.

Anche la vicenda dell’evacuazione e del ritorno entrò nella narrativa. Hervé Bazin ne fece materia per il romanzo Les Bienheureux de la Désolation, noto nell’edizione inglese come Tristan: al centro, la comunità sradicata dall’eruzione e la volontà di riavere la propria isola.

La geografia aveva offerto un luogo all’avventura. La storia degli abitanti offriva una domanda ancora più difficile: chi può decidere dove una persona debba sentirsi a casa?

Inaccessible, il nome che sembra un avvertimento

Nell’arcipelago c’è un’isola chiamata Inaccessible. Le sue scogliere spiegano bene quel nome.

Il 23 luglio 1821 la nave Blenden Hall naufragò sulle sue coste. I superstiti affrontarono mesi di isolamento, nutrendosi di ciò che riuscivano a procurarsi. Un primo tentativo di raggiungere Tristan fallì e costò altre vite; un secondo consentì di chiedere aiuto. Gli isolani recuperarono i naufraghi e li accolsero nella loro minuscola comunità, mettendo a dura prova le scorte disponibili.

Sono vicende nelle quali il mare perde ogni innocenza da cartolina. Una costa può salvarti dalla nave che affonda e diventare subito dopo il luogo dal quale non riesci più a partire.

Il piccolo enigma del pesce d’ottone

Sulla spiaggia di Blenden Hall, a Inaccessible, fu ritrovata una figura di pesce in ottone. Il sito dell’isola si interrogò sulla sua provenienza: poteva essere un oggetto della nave naufragata nel 1821, rimasto nascosto per generazioni?

Il collegamento veniva proposto come un’ipotesi, non come una certezza. La storia dei relitti, dei materiali recuperati e delle navi passate da quelle coste rendeva la domanda plausibile, senza risolverla.

È un mistero piccolo, e forse proprio per questo affascinante. Un oggetto raccolto tra i sassi, consumato dal tempo, del quale non conosciamo il viaggio. Chi lo aveva portato a bordo? A che cosa serviva? Da quali mani era passato prima di finire su quella spiaggia?

L’oceano, qualche volta, restituisce qualcosa senza restituirne la storia.

La prima terra che si spera di vedere

Di Tristan da Cunha restano in mente immagini diverse: le case ai piedi della montagna, i due marinai liguri che scelsero di fermarsi, i superstiti accolti dopo il naufragio, una nave che riporta gli abitanti alla loro isola.

A tenerle insieme è il valore di un approdo. Per qualcuno fu salvezza, per altri una vita nuova. Per chi tornò dall’Inghilterra, il riconoscimento di qualcosa che la distanza non aveva cancellato.

Possiamo cercare Tristan per il desiderio di andare lontano. La sua storia ci conduce anche verso il desiderio opposto: ritrovare ciò che ci appartiene.

Per noi è un punto sperduto nell’Atlantico. Per qualcuno, dopo giorni di navigazione, è la prima terra che si spera di vedere.

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Uno sguardo sul luogo

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